Il buio e la sua specifica intensità di luce.

Cristina vede quei colori che gli altri non vedono. E anche le ombre, per lei, hanno una valenza speciale e specifica. Quello che lei “vede” non é né più vero né più falso, è semplicemente diverso da quello che vediamo noi tutti, diversamente ciechi. (Su Cristina e su faintly Falling, puoi leggere di più qui)

 

Ora, cosa sia una vita senza sfumature di luce non lo so, per fortuna. Ma poche ore sono più che sufficienti per capire che è più di quanto un’anima normo dotata riesca a sopportare. Oggi Milano era nel suo classico mood da mono giornata, quella, per capirci, in cui ti svegli e vedi un’intensità di luce che rimane la stessa sinchè il sole non tramonta. E allora sei così sfinita di fronte a quel cielo bianco da aspettare con ansia che cada il buio. Che sarà anche buio, ma almeno è un cambiamento.

E, sorpresa sorpresa, chi ti toglie la luce durante il giorno, nella fattispecie la città di Milano, poi te la ridà la sera. Quindi la città ti dice: “è stata dura oggi, ma io so cosa ti serve”. E ti dà un po’ di musica, un po’ di gente estranea da osservare, un foglio bianco su cui scrivere e persino un libro da leggere (a proposito, se passate in libreria, oltre a ordinare Faintly Falling, chiedete anche di tale Cees Nooteboom, autore olandese contemporaneo dalla scrittura leggera e mai scontata). Milano dà, Milano toglie.
O forse facciamo sempre tutto da soli; accendere e spegnere le luci sinchè non diventiamo pazzi, come Laura, che condivideva il buio con sua sorella salvo poi accendere la luce di nuovo, quando era abbastanza forte da volersi rivedere e immaginare una vita solo a misura di se stessa (questa, mi sa, la capisce solo che ha letto Faintly Falling. Qui un piccolo aiuto).

Lo faceva però di rado e in silenzio. Pensava di non meritarla, quella luce. E forse aveva ragione perchè, credo, meritiamo solo ciò per cui siamo disposti a lottare. (… bella questa, prima o poi la userò come status in fb…)

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Parliamo di cose concrete: i sogni.

I sogni sono ricordi pescati a caso nella mente, mischiati in sequenze non sempre sensate e poi ricordate solo in parte. E spesso sono loro che ci riportano alla realtà, facendoci diventare vulnerabili, concreti. Perché in sogno non possiamo mentire, non come vorremmo almeno.

estratto da "Il sogno di Critsina" - Cosimo Brunetti

Ho rinunciato nel(l’ormai lontano) dicembre 2010 all’idea di poter dare dei tratti definiti e dei volti ben delineati a Laura, Cristina e James. Anche se loro un volto per me lo avevano, non era quello che mi chiedevano di raccontare. E sia.

Quindi la consistenza dei loro pensieri, i loro odori, i loro gesti abbozzati in maniera lieve, quasi superficiale, era la sola cosa di loro che mi era permesso raccontare e descrivere.

Ma non sapevano, i nostri tre eroi, che ordini ne potevano dare solo a me, unica ad essere davvero dipendente da loro. A chi avrebbe letto la storia no, non avrebbero potuto dare né ordini né indicazioni. Mai.

Oppure lo sapevano e proprio per questo non mi hanno permesso di tratteggiare null’altro che eterei passaggi del loro tempo. Per concedere agli altri la libertà di definirli e vivere ad ogni incontro un po’ di più. Se a me non hanno permesso altro che la descrizione di qualche colore, ad altri hanno concesso di più, persino un ritratto.
Come nel caso di Cosimo Brunetti, pittore, illustratore, grafico e cartoon maker  (nonché musicista) di Spoleto, che dopo aver letto Faintly falling non solo ha delineato i volti di Laura e Cristina ma, perduto nel suo essere illustratore di carattere più che di mestiere, ha regalato a Cristina, evidentemente la sua preferita, anche un sogno.

Laura, secondo Cosimo Brunetti

Cristina, secondo Cosimo Brunetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa sogna Cristina? Non mi ero mai posta il problema. Lui, Cosimo, ha fatto una sua ipotesi. Lo ha fatto per immagini, come da sua indole. Facendolo l’ha resa anche ai miei occhi un po’ più vera, vicina, concreta. In fondo nemmeno io la conosco così bene, la mia Cri.

I sogni sono ricordi pescati a caso nella mente, mischiati in sequenze non sempre sensate e poi ricordate solo in parte. E spesso sono loro che ci riportano alla realtà, facendoci diventare vulnerabili, concreti. Perché in sogno non possiamo mentire, non come vorremmo almeno.

Come sogna una persona che ha perso la vista? Sogna quello che vedeva un tempo o quello che percepisce adesso? O tutte e due le cose insieme?

Molto probabilmente, come tutti, unisce parole dette a parole pensate, soffocate, attese e mai ascoltate.

Il sogno di Cristina e le peripezie grafiche di Cosimo mirano a diventare un progetto più complesso (e ambizioso, come sempre) che vedrà la luce nei prossimi mesi.

Al momento il sogno di Cristina è la cosa più concreta che abbiamo in mano. L’inconsistenza di un sogno può pesare come la forza di gravità, in fondo.

 

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Occhi, ferite e crocevia (avete da fare venerdì prossimo?)

  Le strade che percorre un romanzo possono essere molto simili a quelle percorse dalla vita  (eddaje con la metafora del viaggio e del cammino. Abbiate pazienza, me ne inventerò una nuova  a breve).
Dicevo, il percorso e le strade di una storia.

Stavolta non parlo del percorso di Faintly falling, ma del cammino lungo circa 20 anni del racconto “Il ragazzo con la ferita all’occhio”, di Ronan Sheehan.
Questo racconto è stato pubblicato in Irlanda nel 1983 e tradotto  e pubblicato da Sellerio nel 1993. Cosa porta una storia con questi natali ad una presentazione a Milano, venerdì 14 ottobre? (In via Foppa, 4 al Bistro del tempo ritrovato).

Null’altro che i crocevia, quelli in cui ci si imbatte nelle vite e nelle storie degli altri.

Ho conosciuto Ronan a Dublino lo scorso maggio, quando lui ha accettato di presentare Faintly Falling.
Abbiamo parlato per la prima volta di questa mia storia la mattina stessa della presentazione, davanti a prodotti italiani e buon  vino come solo al Pinocchio wine Bar di Dublino si possono trovare.
Parlando della storia di Cristina e del suo modo di vedere al di là della contingenza del reale, quello che va “oltre” la vista, Ronan mi ha spiegato la poetica dell’Occhio interiore tanto cara alla letteratura Irlandese.

Poi, ha parlato della storia che lui aveva scritto e raccontati nell’83. La storia del giovane e ambizioso medico optometrista. Il giovane irlandese, nel suo viaggio attraverso la sua terra, cura quella sua “ferita all’occhio” interiore, che non gli permetteva di vedere nitidamente la strada di fronte a lui, perché aveva perso di vista la strada da cui proveniva.
Come si ritrova il proprio occhio interiore? Chiesi io.
Con la poesia, forse, per qualcuno. Ma ognuno ha i suoi modi – fu la sua risposta.

Bene, non mi andava di essere la sola a poter beneficiare di simili incontri e discussioni e ho deciso che quel racconto sarebbe passato da Milano, se l’autore avesse voluto.

L’autore, di buon grado, ha accettato. E torna grazie ad una semplice chiacchierata in una Dublino sereno variabile, in una città cui lo lega la letteratura (il suo romanzo preferito è “I promessi sposi” ) e la biografia affettiva (Milano è una città molto cara a suo padre).

E come avrei potuto, dopo aver appreso questi ultimi due aspetti dell’uomo Sheehan, non pensare a James? Dublinese, di adozione italiana per amore riflesso da quel padre che in Italia riusciva ad essere un uomo diverso, un uomo libero.

Se ancora non si è capito, vi aspetto tutti venerdì 14 alle 19.30 in via Foppa, 4 al Bistro del tempo ritrovato. A ritrovare il nostro tempo in una città che non sempre corre, a ritrovare un occhio interiore e anche esteriore. Oppure, alla peggio, a imbatterci in nuovi crocevia.

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Stare un po’ con se stessi e non tornare mai indietro. E altre cose (ovvie e) sopravvalutate.

Ogni storia ha un cammino. Ogni cammino ha le sue soste. Per l’utilizzo inopportuno che ho sempre fatto della matematica (e che la matematica ha fatto di me) direi che per proprietà transitiva “ogni storia ha le sue soste”.

Ma la matematica applicata alla vita ha lo stesso risultato che avevano le mie espressioni quando ero al liceo: risultati sempre diversi, ovviamente tutti sbagliati. (Dannate, inutili espressioni: eseguivo alla perfezione 9 passaggi su 10 e quel decimo stronzissimo passaggio faceva saltare tutto! Senza pietà)

Invece, nessuna sosta a questa storia. Mentre io ad agosto ero lì che cercavo di convincermi di “prendermi una pausa”  da Faintly Falling, dalle presentazioni e tutto il resto, Faintly Falling continuava il suo percorso. Accompagnando viaggiatori nelle loro tratte in treno ma non solo.

Continuava il suo cammino restando con me, nonostante me.
Soprattutto Cristina. Ad agosto con me c’era lei, più degli altri.

Agosto ti può attraversare con rumori, sapori e odori strani. Di sigari, birra, rhum e altre cose che fanno male, ma che non sono poi così male. Se in piccole dosi e con moderazione… sarà. Tuttavia adesso almeno loro tre, James, Laura e Cristina (soprattutto Cristina) della mia moderazione ne hanno piene le scatole.
E i tempi sono maturi per riaccompagnarli a cercare  persone nuove, posti nuovi.
Perché, forse, questa storia di trascorrere del tempo con se stessi, per quanto suoni bene a raccontarla e raccontarsela, è una faccenda molto sopravvalutata. Quasi quanto sono sopravvalutate cose come la simpatia, l’impulsività,  la sincerità a tutti i costi. Vuoi mettere la bellezza della parola non detta al momento giusto? Vuoi mettere il suono anonimo delle voci delle quali ti circondi quando proprio non ti vuoi ascoltare? Sono preziose e luccicanti come l’oro. Vuoi mettere il gusto della… paralisi?

Ok, i miei personaggi adesso mi stanno insultando. Pesantemente. Iniziano a pensare che il loro lavoro sia stato inutile. Ma come? – dicono notevolmente piccati – noi siamo qui con te da due anni a raccontarti di noi e di quello che di noi ne è stato, tutto un gran casino per espiare la paura della paralisi, e tu adesso ci vieni a dire che anche la paralisi ha il suo fascino? Anche la paura e l’immobilità non sono poi tanto male?

Mentre mi chiedo se ci sia in giro uno psicanalista bravo per dare una mano ai miei personaggi in questo pessimo, pessimo momento,  io dico: ebbene sì, questa cosa di starsene fermi (per un po’, per un bel po’, per tanto… chissà)  non è poi così male. E anche ripartire con le incertezze di sempre non è male.

Anche girare l’angolo, e ritrovarsi nell’esatto punto in cui tutto è iniziato, non è poi così male.

Detto ciò, presto altre presentazioni e incontri. La valigia è ri-chiusa. Un po’ in disordine dentro, ma tanto da fuori non si vede.
Tanto in un viaggio, quello che c’è in ogni valigia è un problema che riguarda solo di chi la valigia se la porta dietro, e nessun altro.
(Sola promessa che faccio a me stessa e a Cristina: giuro che dismetterò la metafora della valigia. Giuro!).

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La prova del 99

Sul Corriere della Sera del 27 luglio è riportato un articolo di Stefano Montefiori, corrisponente da Parigi, che consiglia come scegliere un buon libro leggendo la pagina 99.
Propongo di leggere il pezzo, perché seppur scientificamente opinabile è molto interessante.

Poi, tanto per giocare, ripropongo pagina 99 di Faintly Falling.
Prova del 99 superata?

*** *** *** ***

Era così pesante su di me quel silenzio, come mai nulla lo era stato. Tanto che, lo ammetto, fu solo uno stupido pretesto per rompere quel silenzio, quello di chiedere se avessero in casa qualcosa alla lavanda. Sentivo davvero un certo aroma di lavanda, ma non lo avrei mai rimarcato se il macigno di quel silenzio non mi avesse torturato, in modo quanto mai insolito perché tutto avrei potuto pensare di me tranne che di non essere abituato al silenzio.

Quando la luce tornò vidi una Cristina nuova, diversa da quella che si era nascosta dietro la porta di casa quando ero arrivato. E mi accorsi con un’occhiata che anche Laura non era la stessa che mi ero immaginato. Aveva lo sguardo colpevole, a disagio, come se fosse stata lei a causare il black out e soprattutto la sua fine. Purtroppo o per fortuna. Mi accorsi che era anche più bella di quello che avevo pensato vedendola alla luce delle candele e della brace.

Nevicava quando le ho conosciute. Quella neve non era come la pioggia. La neve ha il suo corso, come il vento e come l’acqua dei fiumi. La neve non bussa ai vetri come la pioggia. Cade lentamente e devi guardarla per accorgerti che c’è. Pensava spesso Laura a come dovesse mancare la neve a Cristina. Non poteva sentirla sui vetri di casa, come la pioggia, da quattro anni a quella parte. Immaginava quel senso di isolamento della sua sorellina, quando intorno a quella casa di campagna nevicava.

“Tu lo senti l rumore della neve?”  mi aveva chiesto lei, lasciandomi spiazzato.

“No… no, non proprio”.

“Nemmeno io. Ma la vedo, e mi piace. Credo che Cri la odi più di ogni altra cosa.

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Il rumore della neve in riva al mare

Ci siamo, sabato rivedo il mare.
E giacché ci sono, parlerò di “Faintly Falling – il rumore delle neve” proprio in spiaggia.

Vi aspetto allora alle 17.30 al lido Soleluna, marina di San Cataldo (LE) (lungomare per la darsena). Con me, la giornalista Cecilia Pavone, che ha scritto questo articolo sul libro e sull’appuntamento di Sabato.

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La mia Dublino magnetica, in un’intervista su 6TH Continent Magazine

Pub irlandese

La scrittrice Sabrina Barbante ci porta nella capitale d’Irlanda

di Luca Salvi
Foto: Alessandra Ripa

Sabrina Barbante, autrice salentina di tre romanzi – Ultimo fuoco, Faintly Falling -, viaggiatrice della fantasia come delle mappa geografica, in primavera è stata a Dublino.

Una parola per descrivere questa città?


«Circo. È un posto molto rumoroso dove avvengono cose non sempre condivisibili, ma che non può fare a meno di attirarti. Un’altra parola mi viene in mente, un aggettivo: magnetica.»

Perché sei andata a Dublino?

«Dovevo presentare il mio libro, Faintly Falling, che sono riuscita a vendere là anche se scritto in italiano. Per questo Dublino è circo, anzi manicomio. Un manicomio di gente pazza che capisce cosa c’è scritto in un’altra lingua.»

Dove hai alloggiato?
«In un ostello chiamato Avalon, cercando e trovando su Google un bed&breakfast nel centro della città, walking distance dal locale della presentazione, il Pinocchio Restaurant. Avalon è una struttura con punto internet wireless a fianco di una caffetteria, stanze incredibilmente spartane e bagno comune per maschi e donne. Io sono abituata a tutto quando viaggio ma c’è chi potrebbe non gradire. Con due amici e il mio ragazzo abbiamo prenotato una camerata: 18 euro a notte.» (leggi il resto dell’articolo)

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